Disinformati!

libertà di parola!

Cambio della guardia

Lunedì
29 Dic 2008

In questo mondo siamo solo di passaggio, ma questo non ci esime dal cercare di migliorare la realtà per i nuovi arrivati e i posteri. La nostra classe politica sta spremendo il paese per riempirsi le tasche e vuole essere ricordata nella storia come illuminata e responsabile. Ma cosa pensano di noi cittadini? che siamo dei poveri stupidi, tranquilli e pacciocconi che non si interessano di quello che succede fuori dal proprio uscio di casa finché hanno un po’ di soldi da spendere e una televisione spazzatura da guardare. Molti di loro passeranno gli ultimi giorni dell’anno a ridere di noi e a fare scommesse su quanti voti prenderanno alle prossime elezioni. L’anno nuovo ci porterà la vittoria dei disonesti e la caduta della Giustizia (tanto è facile, è bendata) e noi italiani plauderemo ai nuovi (vecchi?) eroi!

La giustizia è lo scudo del cittadino dalle barbarie e dallo sfruttamento, persa questa, che ci siano o non ci siano elezioni democratiche, la demacrazia sarà morta, o meglio, sarà in mano dell’onestà della Politica…

Concludo così l’esperienza con questo blog, infatti il nuovo anno porterà alla sua chiusura. Purtroppo il tempo che gli riusciamo a dedicare è sempre meno e preferiamo chiuderlo che vederlo morire per mancanza di cure. Il dispiacere è grande, ma speriamo che quanto fatto sia servito ad informare o a rendere più consapevole anche una solo uno dei nostri lettori.

Aure entuluva

Giovedì
11 Dic 2008

Siamo dunque giunti al punto. Ieri Berlusconi ha annunciato l’intenzione di cambiare la Costituzione, a colpi di maggioranza, per “riformare” la giustizia. Poiché per la semplice separazione delle carriere non è necessario toccare la carta costituzionale, diventa chiaro che l’obiettivo del premier è più ambizioso.
O la modifica del principio previsto in Costituzione dell’obbligatorietà dell’azione penale, o la creazione di due Csm separati, uno per i magistrati giudicanti e uno per i pubblici ministeri, creando così un ordine autonomo che ha in mano la potestà della pubblica accusa, il comando della polizia giudiziaria e il potere di autocontrollo: e che sarà guidato nella sua iniziativa penale selettiva dai “consigli” e dagli indirizzi del governo o della maggioranza parlamentare, cioè sarà di fatto uno strumento della politica dominante.
Viene così a compiersi un disegno che non è solo di potere, ma è in qualche modo di sistema, e a cui fin dall’origine il berlusconismo trasformato in politica tendeva per sua stessa natura. Il passaggio, per dirlo in una formula chiara, da una meccanica istituzionale con poteri divisi ad un aggregato post-costituzionale che prefigura un potere sempre più unico. Un potere incarnato da un uomo che già ha sciolto se stesso dalla regola secondo cui la legge era uguale per tutti con il lodo Alfano, vero primo atto della riforma della giustizia, digerito passivamente dall’Italia con il plauso compiacente della stampa “liberale” ormai acquisita al pensiero unico e alla logica del più forte.

Oggi quel prologo vede il suo sviluppo logico e conseguente. Ovviamente la Costituzione si può cambiare, come la stessa carta fondamentale prevede. Ma cambiarla a maggioranza, annunciando questa intenzione come un trofeo anticipato di guerra, significa puntare sulla divisione del Paese, mentre il Capo dello Stato, il presidente della Camera e persino questo presidente del Senato ancora ieri invitavano al dialogo per riformare la giustizia. Con ogni evidenza, a Berlusconi non interessa riformare la giustizia. Gli preme invece riformare i giudici, come ha cercato di fare dall’inizio della sua avventura politica, e come può fare più agevolmente oggi che l’establishment vola compatto insieme con lui, due procure danno spettacolo indecoroso, il Pd si lascia incredibilmente affibbiare la titolarità di una “questione morale” da chi ha svillaneggiato la morale repubblicana e costituzionale, con la tessera della P2 ancora in tasca.

Tutto ciò consente oggi a Berlusconi qualcosa di più, che va oltre il regolamento personale dei conti con la magistratura. È l’attacco ad un potere di controllo - il controllo della legalità - che la Costituzione ha finora garantito alla magistratura, disegnandola nella sua architettura istituzionale come un ordine autonomo e indipendente, soggetto solo alla legge, dunque sottratto ad ogni rapporto di dipendenza da soggetti esterni, in particolare la politica. Il governo che lascia formalmente intatta l’obbligatorietà dell’azione penale, ma interviene sul suo “funzionamento” - come ha annunciato ieri il Guardasigilli Alfano - attraverso criteri suoi di “selezione” dei reati e “canoni di priorità” nell’esercizio dell’accusa, attacca proprio questa garanzia e questa autonomia, subordinando di fatto a sé i pubblici ministeri.

Siamo quindi davanti non a una riforma, ma a una modifica nell’equilibrio dei poteri, che va ancora una volta nella direzione di sovraordinare il potere politico supremo dell’eletto dal popolo, facendo infine prevalere la legittimità dell’investitura del moderno Sovrano alla legalità. Eppure, è il caso di ricordarlo, la funzione giurisdizionale è esercitata “in nome del popolo” perché nel nostro ordinamento è il popolo l’organo sovrano, non il capo del governo. Altrimenti, si torna allo Statuto, secondo cui “la giustizia emana dal Re, ed è amministrata in suo nome”.

Questa e non altra è la posta in gioco. Vale la pena discuterla davanti al Paese, spiegando la strategia della destra di ridisegnare il potere repubblicano dopo averlo conquistato. Ma la sinistra sembra prigioniera di una di quelle palle di vetro natalizie con la finta neve che cade, cercando di aprire (invano) la porta della Rai, come se lì si giocasse la partita. Fuori invece c’è il Paese reale, con il problema concreto di una crisi che ridisegna il mondo. A questo Paese abbandonato, Berlusconi propone oggi di fatto di costituzionalizzare la sua anomalia, sanandola infine dopo un quindicennio: e restandone così deformato.

Ezio Mauro

Giovedì
20 Nov 2008

Appare innocuo il procedimento che ha avuto inizio oggi (mercoledì 19 novembre 2008, ndr): il Senato (e presto la Camera) si appresta a riscrivere i proprio regolamento interno. Si “svecchiano”, per così dire, le regole che auto-governano le due camere, con l’intento di rendere più efficiente e produttivo il lavoro del Parlamento.
Sembra un lavoro per soli addetti, con un campo di applicazione ristretto, ma non è così. Vengono toccati, infatti, gangli fondamentali con ricadute in molti ambiti del nostro sistema democratico. Una piccola breccia in grado di far affondare l’intera nave.
Reduce dal “fallimento popolare” della Grande Riforma costituzionale del 2006, il Popolo della Libertà e la Lega Nord sembrano aver compreso come sia estremamente più semplice cambiare i regolamenti parlamentari (a maggioranza assoluta dei componenti di una Camera) piuttosto che modificare la Costituzione (due deliberazioni di due Camere, a maggioranza qualificata e possibile referendum). Per ottenere un risultato, non identico ma assolutamente affine: quello di mutare profondamente la forma di stato e di governo della nostra Repubblica.
La pericolosità di questa riforma dei regolamenti risiede proprio nella opacità (volutamente?) causata sia dal tentativo di racchiudere la discussione in un mero confronto di technicalities, sia dallo scarso ascendente che l’argomento, così rappresentato, ha sulla pubblica opinione.
Questo sembra sia sufficiente alla maggioranza per portare a compimento, nascosta dietro ad una fuorviante “etichettatura”, una vera e propria rivoluzione copernicana, in grado di scardinare dall’interno le regole dei rapporti tra parlamento e governo.
Letto così, si percepisce la dimensione dell’inganno. Un cavallo di troia capace di portare a termine in breve tempo- complice la bonarietà dei troiani - quanto una riforma della Costituzione non avrebbe mai potuto portare a termine.
E’ necessario sventare questo tentativo di manipolazione, perché con un’operazione endoscopica potrebbe riconsegnarci velocemente una forma di governo profondamente mutata. Il parlamento sarà compresso dal gigantismo del governo e potrà svolgere solo ruolo di “ratifica” delle decisioni governative. Come se non fosse sufficiente l’abuso della decretazione d’urgenza e l’imposizione massiccia della fiducia su maxiemendamenti, viene inventata una corsia preferenziale per i “disegni di legge prioritari” del governo e si prevede la non emendabilità per interi articoli (chi la deciderà?). Al Parlamento sarà quindi imposta l’approvazione di provvedimenti intonsi, come usciti dal consiglio dei ministri.
Per arginare questa deriva, Italia dei valori ha presentato una proposta di riforma del regolamento del Senato, che nasce con lo spirito di mantenere salde le regole che animano la nostra democrazia ma soprattutto per tentare di contribuire alla soluzione di quei problemi che affliggono il buon andamento dei lavori.
Per garantire la speditezza dei lavori parlamentari, si propone di assegnare alle commissioni permanenti un ruolo potenziato, per recuperare in efficienza - e in salvaguardia del parlamento - invece di introdurre ulteriori annichilenti corsie preferenziali.
Al posto del gruppo maggioritario dell’opposizione, che costituirebbe un blocco granitico ed omologato, si propone un Coordinamento delle opposizioni, di tutte le opposizioni, con prerogative particolari in riferimento alla programmazione dei lavori e diritto di intervento rispetto al governo.
Ancora, si prevede l’ingresso in Parlamento dei rappresentanti dei territori, integrando la Commissione parlamentare per le questioni regionali, la riduzione delle commissioni permanenti (e conseguente razionalizzazione dei costi), l’aumento dei giorni di attività parlamentare. Ultima, ma non per importanza, la razionalizzazione della disciplina dell’emendabilità, per renderla strumento efficace di intervento per il miglioramento dei testi normativi.
E’ importante dunque comprendere che questo governo opera come un sottomarino: lontano dalla vista e dalla superficie dell’acqua, punta l’obiettivo, colpisce e affonda. Se questo meccanismo non verrà fermato, vedremo presto galleggiare i relitti della democrazia.

Carlotta Nao

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